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Conservazione e gestione della palude

Come si protegge una palude

Proteggere una palude non significa lasciarla a sé stessa. Richiede interventi attivi, monitoraggi continui, gestione dell’acqua, ricerca scientifica e contrasto alle specie invasive.

Questa pagina racconta come si lavora per tenere in vita il Busatello — e chi lo fa.

Il Progetto Cariverona: uno scrigno di biodiversità da tutelare

Dal 2024 al 2026 la palude ha beneficiato di un progetto di tutela finanziato dalla Fondazione Cariverona nell’ambito del bando Capitale Naturale. Il progetto si chiama “Palude di Ostiglia e palude del Busatello, un prezioso scrigno di biodiversità” e ha riunito attorno a un tavolo comune realtà diverse: i Comuni di Ostiglia (MN) e di Gazzo Veronese (VR), le associazioni LIPU e WWF Veronese, coordinati dal Parco del Mincio.

Il progetto si articola in quattro azioni principali:

  • Coordinamento, gestione e comunicazione del progetto nel suo complesso
  • Conservazione e protezione della biodiversità, con interventi diretti sugli habitat e sulle specie tutelate
  • Monitoraggio e contenimento delle specie invasive alloctone, con azioni mirate sulle specie più problematiche
  • Comunicazione e fruizione naturalistica, con il miglioramento della segnaletica e della cartellonistica lungo i percorsi e la creazione del sito web www.paludiostigliabusatello.it

Questo sito, che state consultando, è uno dei risultati concreti di quel lavoro: uno strumento pensato per accompagnare i visitatori nella scoperta della palude, approfondire i contenuti dei leggii lungo il percorso e rendere accessibile a tutti la straordinaria ricchezza naturale e storica di questi luoghi.

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Idrologia e idrovore: come funziona l'acqua nella palude

L’acqua è il cuore della palude — e gestirla è una delle sfide più delicate.

La Palude del Busatello è una palude pensile: si trova circa tre metri più in alto rispetto ai terreni agricoli circostanti, a causa dei processi che nel tempo hanno innalzato il fondo palustre (accumulo di biomassa e sedimenti) mentre le bonifiche abbassavano la campagna intorno. Questo fatto ha una conseguenza pratica importante: l’acqua non può entrare naturalmente nella palude per gravità, come avviene in una zona umida ordinaria. Serve sollevarla meccanicamente.

Man mano che nel tempo la zona paludosa nella Valle del Busatello si innalzava, si rendeva quindi necessaria l’azione di apposite macchine: le idrovore. Quelle visibili in zona sono state costruite negli anni Trenta del Novecento ed erano azionate elettricamente; in precedenza erano a vapore. Attualmente l’acqua può entrare nella palude per due vie: attraverso l’idrovora “Posta” — l’unica rimasta in funzione — oppure attraverso il Lago di Derotta, quando i livelli idrici del Canalbianco consentono all’acqua di superare un piccolo salto naturale.

Fino a qualche anno fa, i livelli all’interno della palude venivano regolati con apposite chiaviche seguendo la crescita annuale della carice e della canna. Fatti salvi gli episodi di intense precipitazioni, vi erano in genere due periodi di sommersione — in primavera e in autunno — a cui seguivano due periodi di secca in estate e in inverno, attuati rispettivamente per raccogliere la carice e la canna palustre. Un calendario dettato dall’economia, che svolgeva inconsapevolmente un ruolo ecologico fondamentale nel mantenere in equilibrio la vegetazione e la fauna.

Poiché il processo costante di sedimentazione intasa nel tempo i canali, questi vengono “spurgati” periodicamente. La palude è divisa in settori interni detti piane, ciascuna separata da fossi. Tra il fosso e il fondo della piana è presente un piccolo argine rilevato, che consentiva la sommersione indipendente di ogni settore.

Studiare la palude: ricerca scientifica e Citizen Science

La palude del Busatello è stata studiata, misurata, fotografata e catalogata per decenni. Eppure ogni anno emerge qualcosa di nuovo. È una delle caratteristiche di un ecosistema vivo: continua a sorprendere.

Botanici, zoologi ed ecologi — e anche semplici appassionati — hanno dedicato al Busatello molti sforzi conoscitivi nel corso degli anni. La composizione delle specie floro-faunistiche è abbastanza nota, anche se è in continua evoluzione, e si concretizza nelle cosiddette check-list delle specie presenti.

Si ricorda il poderoso corpo di studi compiuto dagli studiosi del Museo di Storia Naturale di Verona negli anni Ottanta del Novecento; poi, a inizio anni Duemila, il progetto LIFE nella parte mantovana della palude, con il contributo dell’Università di Parma, del gruppo naturalistico Nisoria e di altre associazioni e professionisti. Si ricordano anche le numerose tesi di laurea svolte da diverse università sui vari aspetti naturalistici e ambientali della palude. Nell’ultimo lustro sono ripresi gli studi per comprendere alcune dinamiche naturalistiche grazie all’impegno del Dottore Forestale Giovanni Bombieri. Invariato nel tempo è il continuo monitoraggio dell’avifauna.

Nuovi strumenti si stanno affiancando agli specialisti: anche i semplici cittadini possono contribuire alla conoscenza naturalistica del luogo attraverso la Citizen Science. iNaturalist, ad esempio, è un’app che permette di caricare su una piattaforma web le proprie osservazioni naturalistiche. Se siete qui con lo smartphone, potete contribuire adesso: fotografate quello che vedete e caricatelo su iNaturalist.

Le specie alloctone invasive: un pericolo per la biodiversità della Palude

Una specie si considera alloctona se è stata introdotta dall’uomo — volontariamente o accidentalmente — in un ambiente al di fuori del suo areale naturale. Le immissioni di animali da altre regioni sono avvenute anche in tempi remoti: il fagiano e la carpa sarebbero stati importati in Italia già in epoca romana. Negli ultimi decenni però il fenomeno ha avuto un’accelerazione eclatante, e la presenza di specie alloctone invasive è oggi considerata una delle principali cause di perdita di biodiversità a livello globale.

Nutria, ibis sacro, testuggine palustre americana, siluro e gambero rosso della Louisiana sono inseriti nella lista delle “Specie esotiche invasive di Rilevanza Unionale” di cui al D.L. 230/2017. A questi si aggiungono l’anodonta cinese e la coccinella arlecchino, presenti anch’esse nel territorio.

Nutria (Myocastor coypus)

La nutria è un roditore originario del Sud America, importato in Europa per l’allevamento da pelliccia — il cosiddetto castorino. Il primo allevamento italiano fu creato in Piemonte nel 1928; i primi nuclei allo stato selvatico furono segnalati nel 1960. Con la crisi del settore pellicce, molti allevatori liberarono gli animali in natura. Nella bassa veronese la sua presenza risale alla metà degli anni Ottanta del Novecento. La dieta è prettamente vegetariana, con preferenza per le erbe acquatiche; può causare danni alle colture agricole quando la vegetazione spontanea è scarsa, e scava gallerie negli argini indebolendoli. Le azioni di contenimento, in atto dalla fine degli anni Novanta, sono regolate dalla Regione e coordinate dalla Provincia, con trappole e fucili.

Testuggine palustre americana (Trachemys scripta)

Specie di origine americana ampiamente commercializzata come animale da compagnia e poi spesso liberata in natura quando cresceva troppo. Per il Veneto la prima segnalazione in natura è del 1990 a Padova; nelle nostre zone si è cominciata a osservare qualche anno dopo. Si nutre di tutti i tipi di fauna acquatica e ha un impatto fortemente negativo sugli equilibri ecologici, in particolare sulla testuggine palustre europea autoctona, con cui compete per cibo e aree di termoregolazione.

Gambero rosso della Louisiana (Procambarus clarkii)

Importato per l’acquacoltura alimentare, si è rapidamente diffuso in natura tramite tracimazione degli allevamenti e fughe. Le prime popolazioni selvatiche in Italia sono state individuate in Piemonte nel 1989 e in Toscana nel 1992; da lì si è diffuso ovunque, minacciando il gambero autoctono (Austropotamobius pallipes). È una specie versatile e resistente, con una dieta molto eterogenea: vegetazione acquatica, invertebrati, anfibi, avannotti. Scava anch’esso gallerie negli argini e ha un impatto molto forte sugli ecosistemi.

Siluro (Silurus glanis)

Originario dell’Europa centro-orientale, il siluro è stato introdotto in Italia negli anni Cinquanta nei bacini per la pesca ricreativa e poi si è diffuso nei fiumi. Nei corsi d’acqua della bassa veronese è arrivato agli inizi degli anni Ottanta. Attualmente è presente in tutti i corpi idrici provinciali a corrente lenta con fondo molle. Può superare i due metri di lunghezza: si nutre di praticamente tutto — pesci, anfibi, uccelli acquatici — e il suo arrivo in un bacino porta inevitabili sconvolgimenti nella fauna acquatica.

Ibis sacro (Threskiornis aethiopicus)

Specie subsahariana — fino a metà Ottocento nidificava anche in Egitto — comparsa in Europa in seguito a fughe o liberazioni da zoo e collezioni private. Segnalato per la prima volta in provincia di Verona nel 2009, nidifica nella nostra palude dal 2022. È un animale molto adattabile: entra in competizione con aironi, cicogne e altri, provocando allarmanti riduzioni delle popolazioni indigene.

Anodonta cinese (Sinanodonta woodiana)

Grosso mollusco bivalve che può superare i 20 cm di lunghezza. È giunto in Italia negli anni Ottanta come larva parassita attaccata alle branchie di pesci importati dall’Europa dell’Est. Occupa le nicchie ecologiche dei bivalvi autoctoni soppiantandoli. Ha però un aspetto positivo: è un ottimo filtratore e contribuisce a depurare le acque in cui vive.

Coccinella arlecchino (Harmonia axyridis)

Originaria dell’estremo oriente asiatico, è stata introdotta deliberatamente in gran parte del mondo come agente di controllo biologico contro gli afidi. In Italia è presente dall’inizio di questo secolo. Più robusta e prolifica delle coccinelle autoctone, compete con loro per le stesse risorse alimentari e può determinare la riduzione di numerosi tipi di insetti, in particolare delle specie nostrane.