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Storia e rapporto con l'essere umano

La presenza umana nel territorio e nel tempo

La Palude del Busatello non è solo un ecosistema naturale: è un paesaggio costruito dalla storia, segnato dai popoli che vi si sono succeduti, dall’economia che vi si è sviluppata e dalle persone che ne hanno fatto la propria vita e la propria battaglia.

L'archeologia: dal Neolitico alla Via Claudia Augusta

Alla fine dell’ultima glaciazione, l’Adige e gli scaricatori glaciali hanno modellato la pianura veronese creando le strutture della sua morfologia: i paleoalvei (gli antichi letti dei fiumi ormai abbandonati) e i paleodossi (i rilievi allungati che correvano lungo le sponde). Su questi ultimi si è insediato nel corso del tempo un bosco planiziale di farnie e carpini bianchi. La colonizzazione umana della pianura è partita dai Lessini, già popolati nel Neolitico, ed è avvenuta attraverso i fiumi — tra questi il Tartaro — quali direttrici principali di penetrazione verso la pianura.

Le prime attestazioni umane nei dintorni di Gazzo Veronese risalgono al tardo Neolitico, al sito di Ronchetrin. Nello stesso sito compaiono resti dell’Età del Rame (3500–2200 a.C.). Durante l’Età del Bronzo (2300–1100 a.C.) si diffondono le palafitte e le terramare: villaggi costruiti su palafitte non sull’acqua, ma sulla terraferma paludosa. L’Età del Ferro (dal XIII secolo a tutto il primo millennio a.C.) vede il sito di Coazze come importante centro abitato dai Veneti, al confine con gli Etruschi che occupavano il Mantovano. I reperti di quest’epoca sono oggi visibili nel Museo Archeologico di Gazzo Veronese (Villa Poggiani). Diversi luoghi di sepoltura sono disseminati alla confluenza tra Tartaro e Tione, vicino alla Palude del Busatello: tra questi Turbine (Chievo), Coazze e Copi Romani.

Successivamente, un periodo climatico favorevole ha consentito l’espansione dei Romani verso Nord. Notevole, per questi luoghi, fu la costruzione della strada Claudia Augusta nel I secolo avanti Cristo, opera strategica per la conquista dei territori a nord delle Alpi. Scavi recenti in località Ronchetrin hanno portato alla luce un tratto di questa strada lungo il vecchio alveo del Tartaro, con zona sepolcrale ai lati e alcune ville nei dintorni. Nell’alto Medioevo, periodi climatici avversi porteranno all’impaludamento delle zone a ridosso della Palude del Busatello e alla scomparsa della strada.

Dal Medioevo ai giorni nostri

L’Impero romano si dissolse in un periodo di sconvolgimenti climatici e di progressivo abbandono del territorio. La tradizione racconta della Rotta della Cucca del 589 d.C., un’esondazione catastrofica dell’Adige che provocò uno sconvolgimento della rete idrografica e l’impaludamento dei territori in destra Adige. Altro evento devastante fu la Rotta di Castagnaro del 1432: l’Adige ruppe gli argini e una parte delle sue acque cominciò a fluire verso il Tartaro, dando origine al Canalbianco. Una lenta ripresa degli insediamenti avvenne grazie a due istituzioni della Chiesa veronese: la chiesa di Santa Maria in Organo e l’abbazia di San Zeno.

Durante il Medioevo il fiume Tartaro era usato come corso navigabile. Gli Scaligeri scelsero questa via, attraverso vie di collegamento artificiali con il Po, per il commercio con i Milanesi e i Ferraresi, senza bisogno di passare per Venezia. Sorsero così, lungo il suo corso, fortilizi a scopo difensivo e per imporre dazi alle merci di passaggio: ne è un esempio il Bastion delle Zinzale, alla confluenza del Tione nel Tartaro.

A partire dal Cinquecento i terreni a sud del Tartaro vengono progressivamente trasformati in risaie. È in questo periodo che viene valorizzato il Busatello come canale per facilitare il prelievo e lo scarico delle acque nel Tartaro attraverso il Lago di Derotta. La necessità di grandi quantità d’acqua da parte dei Mantovani porta nel corso del tempo allo scontro con i Veronesi per questa risorsa divenuta limitata. Sarà il Trattato di Ostiglia del 1764 a dirimere definitivamente le varie questioni idrauliche.

Le opere progettate dall’ingegner Paleocapa a metà Ottocento porteranno alla bonifica delle Valli Grandi Veronesi. La bonifica potrà dirsi definitivamente conclusa con le opere degli anni Settanta del Novecento, quando vengono abbassati di qualche metro gli alvei del Tartaro e del Tione: in tal modo tutte le acque superficiali del territorio scolano naturalmente e non si creano più zone paludose. Tutta la pianura è asciutta — tranne il Busatello.

L'economia della carice: arele, sedie e covoni

Fino a non molti anni fa la Palude del Busatello era governata da un’economia fondata principalmente sulla coltivazione della carice (Carex elata) e, in parte, della canna palustre (Phragmites australis). La carice — careza in dialetto — veniva tagliata in giugno, lasciata seccare e poi raccolta per l’impagliatura delle sedie; serviva anche a fare i balzi, i legacci di paglia per i covoni di riso. La canna palustre si tagliava invece in autunno e veniva lavorata per produrre le arele — i graticci di canna usati come schermature e per ricoprire i tetti. I pastori cimbri che scendevano dalla Lessinia in transumanza portavano in montagna fasci di canna come merce di scambio, per coprire i tetti delle malghe.

In palude veniva inoltre praticata la pesca — come testimonia la Casetta del Pescatore ancora visibile — e la caccia agli anatidi, soprattutto nel periodo antecedente al 1996. Il simbolo di tutta questa economia era la sandola: la caratteristica imbarcazione dal fondo piatto, indispensabile per navigare in acque poco profonde.

La casetta del pescatore e la sandola

La casetta del pescatore, ancora visibile nell’oasi, è la testimonianza più tangibile di un modo di vivere che dipendeva dalla palude per la propria sopravvivenza. Era il punto di partenza e di ritorno per chi si addentrava nelle acque basse e tra i canneti a bordo della sandola: leggera, silenziosa, manovrabile con una semplice pertica — lo strumento perfetto per questo ambiente. Gli strumenti del pescatore erano reti e nasse; alcune nasse, costruite con materiali naturali e sopravvissute all’usura del tempo, si possono ancora ammirare all’interno del Turbine.

Prima delle ultime grandi bonifiche, un reticolo di canali e fossi congiungeva i centri abitati alle principali vie di comunicazione fluviale — Tartaro e Tione. Dalle abitazioni era possibile spostarsi sull’acqua e raggiungere direttamente il Busatello. Di questa epopea scomparsa restano alcuni toponimi, come il Porto di Maccacari.

Lungo questa rete idrica erano presenti, a distanze regolari, i casotti dei pescatori professionisti. Al Busatello ce n’erano due: quello del Cesco — che è l’attuale casetta del pescatore — e quello di Buniotto. Il Cesco (Francesco, all’anagrafe) partiva dal Ceson ogni martedì mattina e soggiornava nel suo casotto fino al sabato. La giornata era scandita dalla posa di nasse, reti e bertovelli al mattino presto; durante il giorno si riparavano gli attrezzi sotto la baracchetta davanti alla casetta; alla sera o al mattino successivo si passava a raccogliere il pesce. I pesci venivano tenuti vivi nel burcio: una gabbia di legno con il fondo a rete, immersa nell’acqua. Il sabato il Cesco tornava al paese e nei giorni seguenti andava di casa in casa a vendere il pescato.

Storia raccolta da Pierino Greggio.

I personaggi della palude

Una palude non si protegge da sola. Dietro la sopravvivenza del Busatello ci sono persone concrete, con le loro storie e le loro passioni.

Angela Marcomini — “la mamma del Busatello”

Angela Marcomini ha vissuto per oltre settant’anni al Turbine — la Casa della Angela, come la chiamavano tutti — circondata dagli amati animali. Era arrivata al Busatello da bambina con i genitori; suo fratello Angelo era addetto alle idrovore per conto del barone Treves di Padova, il vecchio proprietario dell’area. Famosi erano i suoi inviti al Busatello e le accese discussioni con esponenti politici e rappresentanti del WWF — tra cui Fulco Pratesi ed Averardo Amadio — per perorare la tutela della palude. L’epigrafe che i suoi cari le hanno dedicato la riassume tutta: “Come angelo in armonia con la natura”.

Giorgio Barbieri — il custode dell’acqua

Giorgio Barbieri, dipendente della Cassa di Risparmio di Verona e del Consorzio di Bonifica Tartaro Tione, per anni ha gestito il livello delle acque nel Busatello e nei campi della limitrofa Tenuta San Pietro in Valle. In questa maniera è divenuto profondo conoscitore di tutti gli aspetti della palude, da quelli idraulici a quelli naturalistici. Barcaiolo capace di condurre la sandola, ha contribuito anche alla gestione diretta della palude, tagliando per anni la carice e la canna e partecipando quale esperto alle sessioni di pirodiserbo.

Averardo Amadio — il patriarca dell’ambientalismo veronese

Averardo Amadio ha lasciato una traccia indelebile nella storia del Busatello, favorendo il passaggio della palude, a metà degli anni Novanta, dall’allora proprietario — la Cassa di Risparmio di Verona — al Comune di Gazzo Veronese, che per questo motivo gli ha conferito la cittadinanza onoraria, la sola finora concessa. In collaborazione con l’amministratore Claudio Bellani, ha proposto e fatto realizzare, nel gennaio 2000, il bosco planiziale di 4,8 ettari a nord del Turbine e il primo esaustivo piano ambientale dell’area protetta, redatto dal dr. Giuliano Lazzarin.
Il suo amore per il Busatello si legge nelle righe di una lettera spedita nel 2012 agli amministratori di Gazzo Veronese:
“… Non dimenticherò le passeggiate invernali e solitarie sull’argine maestro, fino alla Derotta, fino alla Molinella e al Canal Bianco, dove sentirsi solo e uomo, avendo per compagni il vento teso di bora, il cielo bigio, le canne piegate, qualche uccello in volo — la Natura cioè — e la consapevolezza di sentirsene parte…”

Pierino Greggio — la memoria della palude

Pierino Greggio rappresenta la memoria storica della Palude del Busatello: l’evoluzione della palude è impressa nel suo archivio fotografico. Da amministratore del Comune di Gazzo Veronese ha favorito l’acquisto della palude, poi la ristrutturazione del Turbine — dotato nell’occasione di una moderna struttura didattica, con stanze e arredamento tali da farne la vera foresteria della palude (contributo della Cassa di Risparmio di Verona nel 2006, inaugurazione nel 2007). Ha fatto poi realizzare il Villaggio medievale (inaugurato nel 2012) e promosso la ristrutturazione della scuola di San Pietro in Valle, dove alcune stanze sono sede del WWF. Da lì, a partire dal 1994, ogni 25 aprile partiva la tradizionale apertura di stagione: le biciclettate verso l’oasi, con Pierino in testa, con la giacca nera fatta fare apposta per i volontari e i simpatizzanti della palude.